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Questo blog sta spudoratamente con Israele e, riprendendo un post di Victor Davi Hanson, gentilmente già tradotto daCamillo non metterà in dubbio le sue idee, ma lo potrebbe fare se:
-
Sharon sospenderà tutte le elezioni e pianificherà un decennio di governo che non potrà essere messo in discussione.
-Sharon sospenderà tutte le inchieste giudiziarie sulle sue attività fiscali e i membri della sua famiglia spenderanno a Parigi i milioni di dollari dati a Israele come aiuti umanitari.
-Tutte le le televisioni e i giornali israeliani saranno censurati dal partito Likud.
-Squadracce di assassini israeliani entreranno in Cisgiordania con la precisa intenzione di far saltare in aria donne e bambini arabi.
-I bambini e adolescenti israeliani saranno addobbati con esplosivi sotto le camicie per andare a uccidere famiglie palestinesi.
-Le folle israeliane si precipiteranno in strada per immergere le mani nel sangue dei loro morti e poi marceranno invocando omicidi di massa di palestinesi.
-I rabbini pronunceranno sermoni pubblici con cui ritraggono i palestinesi come figli delle scimmie e dei maiali.
-I testi scolastici israeliani diranno che gli arabi fanno sacrifici umani e riti omicidi.
-I principali politici israeliani, senza che nessuno li rimproveri, invocheranno la distruzione della Palestina e la fine della società araba in Cisgiordania.
-I membri del partito Likud linceranno e uccideranno, come se fosse normale, e senza processo, i propri oppositori.
-I fondamentalisti ebrei uccideranno le donne colpevoli di adulterio e resteranno impuniti perché sosterranno di aver salvaguardato l'onore della famiglia.
-La televisione israeliana trasmetterà - accompagnati da musica patriottica ­ gli ultimi messaggi registrati di assassini suicidi che hanno massacrato dozzine di arabi.
-I manifestanti ebrei faranno una parata per strada e vestiranno i loro bambini da assassini suicidi.
-I newyorchesi pagheranno 25 mila dollari di taglia per ogni palestinese ucciso da un assassino israeliano.
-I militanti israeliani uccideranno un ebreo per sbaglio e poi si scuseranno dicendo che pensavano fosse un arabo, al fine di tacitare la società israeliana.
-Gli ebrei entreranno nei villaggi arabi di Israele per mitragliare donne e bambini.
-Le figure pubbliche israeliane, come se fosse una cosa normale, minacceranno di colpire gli Stati Uniti con attacchi terroristici.
-Bin Laden sarà un eroe popolare a Tel Aviv.
-Gli assassini ebrei uccideranno diplomatici americani e la società ebraica darà loro ospitalità.
-I cittadini israeliani celebreranno le notizie secondo cui tremila americani sono stati assassinati.
-I cittadini israeliani esprimeranno sostegno per i tentativi dei supporter di Saddam di uccidere gli americani in Iraq.
-Gli israeliani ameranno la morte e gli arabi vorranno bersi in pace un caffé da Starbucks.

Lo statuto di Fatah



"
Israele è una delle rare cause che sostengo. Neri e ebrei sono legati da una storia comune di persecuzioni"
Ray Charles, "The Genius", cantante e pianista.









Carlo Panella
I piccoli martiri assassini di Allah
pp. 224 - Euro 12,90 - Edizione in brossura con sovraccoperta. Indottrinamento scolastico, religioso, mediatico; cortometraggi di propaganda appositamente studiati per annullare la naturale paura della morte; canzoncine e giochi che esaltano il suicidio e il martirio. Sono terribili ed eclatanti i documenti raccolti in questo saggio. Oggi un’intera generazione di ragazzini, vittime dell’indottrinamento e della propaganda crede che la morte per Allah in guerra sia la più elevata impresa conseguibile in vita. Questa educazione è un’onta indelebile, un abuso, un terribile pregiudizio per il futuro della regione e del pianeta.

Carlo Panella
, autorevole osservatore dell’intricato scenario mediorientale, analizza la nuova, terribile arma del terrorismo islamico: il martirio degli shaid–killer, i suicidi-assassini, diventati ormai parte integrante nel progetto di una società islamica fondamentalista. "È questo, per chi ha occhi per vedere, il nuovo volto di un vecchio cancro che l’Europa ha tristemente conosciuto: il totalitarismo".

 



l'educazione impartita ai bambini palestinesi - This is what is taught to palestinian children

"Avremo la pace quando gli arabi ameranno i loro figli quanto odiano noi" - Golda Meir

E
’ ovvio che tutti i morti chiamano compassione, che le vittime non stanno da una parte sola, che in Medio Oriente non è quasi possibile distinguere il sangue dei vinti da quello dei vincitori, perché è in corso una lotta esistenziale la cui conclusione è tutt’altro che certa, e il cui unico sbocco umano possibile è la pace. Ma non è ovvio, anzi è uno scandalo, che il terrorismo sia rubricato sotto la voce “resistenza”, che non si capisca quanto sia di rigore il dovere di amare un paese così, affetto da questa piaga, lacerato e insanguinato nel modo che vedete, e non in metafora, ma alla lettera. E gli scandali devono venire alla luce.Il terrorismo è una paura dell’invisibile, e questa paura forgia le coscienze degli occidentali che cedono terreno alla sua logica nell’invisibilità. (...) - Da «Amiamo la vita più di quanto loro amano la morte» Il Foglio 3/2/2004.

Israele rappresenta un caso unico: quello di uno Stato al quale si contesta il diritto di esistere. La politica israeliana si può comprendere chiaramente solo alla luce di questa realtà. Tutti i timori, le preoccupazioni, le angosce dei miei amici israeliani, compresi quelli più impegnati per la pace, si riassumono nella paura di vedersi negare il diritto di esistere. Una paura che non cesserà finché questo diritto non sarà garantito. E finché durerà questa paura, l´unica reazione possibile sarà quella di dire: «Mai più ci lasceremo condurre docilmente al massacro come agnellini inermi». (...) Chi non lo comprende, e non tiene presente al tempo stesso il fatto che fin dal primo momento l´esistenza stessa del neonato Stato d´Israele veniva contestata da parte araba, con mezzi militari e sempre nuove minacce, non può comprendere qual è veramente la posta in gioco nel conflitto mediorientale. Se guardiamo alla situazione attuale, non possiamo ignorare le sofferenze dei palestinesi, i morti, le molte vittime innocenti, dall´una e dall´altra parte. Ma questo conflitto potrà arrivare a una soluzione soltanto quando il diritto alla esistenza dello Stato di Israele e dei suoi cittadini sarà garantito al di là di ogni possibile dubbio. (...) Da "Vedere l'Olocausto in atto" di Joschka Fischer su La Repubblica del 3/2/2004.

Che i profughi palestinesi siano delle povere vittime, non c'è dubbio. Ma lo sono degli Stati Arabi, non d'Israele. Quanto ai loro diritti sulla casa dei padri, non ne hanno nessuno perché i loro
padri erano dei senzatetto. Il tetto apparteneva solo a una piccola categoria di sceicchi, che se lo vendettero allegramente e di loro propria scelta. Oggi, ubriacato da una propaganda di stampo razzista e nazionalsocialista, lo sciagurato fedain scarica su Israele l'odio che dovrebbe rivolgere contro coloro che lo mandarono allo sbaraglio. E il suo pietoso caso, in un modo o nell'altro, bisognerà pure risolverlo. Ma non ci si venga a dire che i responsabili di questa sua miseranda condizione sono gli «usurpatori» ebrei. Questo è storicamente, politicamente e giuridicamente falso. Dal «Corriere della Sera», Indro Montanelli, 16 settembre 1972.

(...) l'11 marzo l'Europa ha pagato caro il suo pacifismo filoislamico: 200 morti innocenti, il più  terribile attentato mai vissuto nel vecchio continente. 
(...) Sarebbe giusto capire finalmente la tragedia che vive Israele da anni e sarebbe giusto pensare che noi abbiamo vissuto 130 volte l'11 marzo in tre anni e mezzo. 130 attentati suicidi in un Paese piccolo come una regione italiana. Dopo ogni attentato sentivamo i commenti più atroci: " lotta di liberazione, non hanno altra possibilita'che il terrorismo, militanti per la libertà, occupazione militare, peggio per loro (cioè noi)". Mai una normale parola di comprensione per i nostri bambini lacerati dai chiodi e dall'esplosivo. Una bambina di sette mesi è la più piccola vittima di Madrid. La sua morte dovrebbe pesare sulla coscienza di chi ha sempre tentato di giustificare il terrorismo islamico.
La sua morte, come quella delle altre vittime, dovrebbe togliere il sonno a chi esaltava Durban, a chi approvava i cortei pacifisti urlanti "Bush e Sharon Boia" e ai capetti europei sempre pronti a calare le braghe davanti alle dittature islamiche. Io li porterei tutti a Madrid e li farei stare sull'attenti davanti ai pezzi dei corpi delle vittime dei fratellini di Bin Laden, Arafat e Saddam Hussein.
Deborah Fait su Informazione corretta 13/03/2004.



Quattro giorni più tardi, 16/10/2000 il quotidiano palestinese di Ramallah "Al Hayat Al Jadida" pubblicava il seguente appello:
Chiarimenti speciali dal rappresentante italiano della rete televisiva ufficiale italiana. Miei cari amici di Palestina, ci congratuliamo con voi e crediamo che sia nostro compito mettervi al corrente degli eventi che hanno avuto luogo a Ramallah il 12 ottobre. Una delle reti private italiane, nostra concorrente, e non la rete televisiva ufficiale italiana RAI, ha ripreso gli eventi; quella rete ha filmato gli eventi. In seguito la televisione israeliana ha mandato in onda le immagini così come erano state riprese dalla rete italiana e in questo modo l’impressione del pubblico è stata che noi, cioè la RAI, avessimo filmato quelle immagini. Desideriamo sottolineare che le cose non sono andate in questo modo perché noi rispettiamo sempre e continueremo a rispettare le procedure giornalistiche dell’Autorità Palestinese per il lavoro giornalistico in Palestina e siamo attendibili per il nostro lavoro accurato. Vi ringraziamo per la vostra fiducia e potete stare certi che questo non è il nostro modo d’agire (ossia nel senso che non lavoriamo come le altre reti televisive). Non facciamo e non faremo cose del genere. Vi preghiamo di accettare i nostri migliori auguri. Riccardo Cristiano,Rappresentante della rete ufficiale italiana in Palestina
(grazie alla segnalazione di Barbara).

 

Esperimento consiglia:

 

24 giorni La verità sulla morte di Ilan Halimi di Ruth Halimi ed Emilie Frèche. Traduzione di Barbara Mella, Elena Lattes, Marcello Hassan. Ed. Belforte

A lie gets halfway around the world before the truth has a chance to get its pants on. Winston Churchill (grazie ad Old Toni)

«L'antisemitismo è qualcosa che minaccia la vita degli ebrei ma devasta, a volte in maniera irrimediabile, le coscienze dei non ebrei. È giunto il momento di raccontare quelle sgradevoli verità che non siamo ancora riusciti né a confessare né a confessarci del tutto.»


   Il sistema costituzionale dello Stato di Israele
dalai lama


*LIST
JEWISH BLOGGERSJOIN*



(Grazie a Dandy che è l'autore del bellissimo manifesto e a Bautzetung promotore della lista il cui motto è "Né di qua né di là!!!")

TOCQUEVILLE,  la città dei liberi.

Premessa. – Introduzione. – I. Profili storici (E. Ottolenghi). – II. Costituzione e Fonti del Diritto (A. Mordechai Rabello). – III. La Forma di Governo (E. Ottolenghi). – IV. I partiti politici (A. Mordechai Rabello e A. Yaakov Lattes). – V. Le libertà fondamentali (S. Navot). – VI. L’ordinamento giudiziario (S. Goldstein e A. Mordechai Rabello). – VII. La giustizia costituzionale (T. Groppi). – Orientamenti bibliografici (a cura di Francesca Rosa).
 

 



 



                                         

>
A lie gets halfway around the world before the truth has a chance to get its pants on. Winston Churchill (grazie ad Old Toni)



Grazie a Watergate che ha migliorato notevolmente questa homepage

E voi cosa proponete? Andreacaro è convinto che una risata ci seppellirà.


 

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24 dicembre 2017

Il vero nemico dei palestinesi

Un giovane coraggioso riesce, con poche parole sincere, ad ammutolire tanti "diplomatici" e rappresentanti politici navigati e prezzolati


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permalink | inviato da esperimento il 24/12/2017 alle 10:30 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa

3 dicembre 2012

Sull'ultima risoluzione Onu

Lo scorso aprile l’Autorità nazionale palestinese ha chiesto al Tribunale penale internazionale dell’Aia, che ha appena festeggiato i dieci anni di attività, di indagare i “crimini di guerra” israeliani. La risposta del procuratore, l’argentino Luis Moreno-Ocampo, è stata, per questa volta, negativa: “Soltanto gli stati membri sono ammessi”. Con il possibile ingresso della Palestina alle Nazioni Unite, invece, Israele rischia di essere trascinato in tribunale come criminale di guerra. E’ questa la principale preoccupazione della diplomazia di Gerusalemme a ridosso del voto sulla risoluzione, previsto per domani, che aprirebbe all’ingresso al Palazzo di vetro dello stato palestinese. La Francia ieri ha dichiarato, per bocca del suo ministro degli Esteri, Laurent Fabius, che dirà “sì” al voto sulla richiesta del rais palestinese, Abu Mazen, di ottenere il “non member status” alle Nazioni Unite, un passo decisivo per il riconoscimento dello stato. Fabius è da sempre un sostenitore della causa palestinese, ma finora Parigi aveva detto di volersi astenere e di preferire un ritorno al negoziato. Ora la Francia è diventata il primo grande paese europeo a dichiarare il sostegno completo al voto: la sua posizione è stata criticata ieri sera esplicitamente dal dipartimento di stato americano. Anche Londra è propensa per il “sì”, come ha lasciato intendere il ministro degli Esteri, William Hague, lunedì sera dopo una conversazione con Abu Mazen, anche se ufficialmente non è stata presa alcuna decisione. Secondo il Financial Times il consenso sarà definitivo a tre condizioni: che i palestinesi non usino la risoluzione per entrare nella Corte dell’Aia (condizione dirimente per Israele); che Abu Mazen si impegni a tornare al negoziato con Israele; che la risoluzione non sia utilizzata per chiedere una membership completa al Consiglio di sicurezza. Mentre anche la Spagna ha annunciato il “sì” alla risoluzione, la Farnesina fa sapere che “deciderà” in accordo con l’Ue, ma “al momento non è stata ancora presa alcuna decisione”. Ieri ci sono state consultazioni tra i ministri dell’Ue per definire una linea comune, nonostante la Francia si sia già espressa e Londra stia valutando il da farsi con i suoi interlocutori in medio oriente. I palestinesi intanto lavorano ai loro progetti: dal 2009 hanno riconosciuto in modo unilaterale la giurisdizione della Corte dell’Aia, con l’obiettivo di incriminare Israele per i “targeted killing”, gli omicidi mirati dei capi del terrorismo. La Corte dell’Aia considera le uccisioni extragiudiziali “illegali”. Molti gli ufficiali israeliani nel mirino dell’Aia, come il colonnello David Benjamin: il procuratore Ocampo ha minacciato un’inchiesta su di lui. I palestinesi all’Aia hanno un alleato importante nel giudice Richard Goldstone, che ha posto il proprio nome come sigillo nel controverso rapporto che all’Onu ha messo Israele e Hamas sullo stesso piano di responsabilità per la guerra di Gaza del 2009 (poi Goldstone ha abiurato quello stesso rapporto in un’autocritica clamorosa sul Washington Post). I palestinesi hanno intenzione di chiedere alla Corte dell’Aia di pronunciarsi anche sull’illegalità di compagnie straniere coinvolte nella costruzione della barriera difensiva in Cisgiordania (nel 2004 la Corte stabilì l’illegalità del muro israeliano) o in attività di antiterrorismo, come Elbit, Hewlett-Packard, Motorola e Caterpillar, i cui bulldozer sono usati da Israele nelle operazioni nei territori, compresa la distruzione delle case dei terroristi. La convenzione su cui poggia la Corte dell’Aia, ratificata a Roma, stabilisce anche che la presenza dei coloni israeliani nei territori dopo il 1967 è un “crimine di guerra” e che il “transfer” di popolazione è proibito dalla convenzione di Ginevra. Su pressioni dei paesi arabo-islamici, la stessa convenzione ha rifiutato di inserire il terrorismo fra le azioni perseguibili in tribunale.

Da Il Foglio del 28/11



Per una volta dobbiamo dare atto alla stampa che è stata corretta. Correttamente, infatti, tutta la stampa non ha riportato il discorso all’Onu che Abu Mazen effettivamente non ha fatto.In quel discorso il presidente dell’Autorità Palestinese avrebbe potuto dire, più o meno: Egregi signori, oggi vi chiediamo di riconoscerci come stato di Palestina anche se un accordo con Israele non l’abbiamo ancora raggiunto. Ma ci è perfettamente chiaro che lo stato di Palestina non potrà nascere davvero finché non ci siederemo a negoziare con gli israeliani tutte le questioni in sospeso, che sono tante e di vitale importanza. Ci è chiaro che i confini dovranno essere negoziati e che non potranno in ogni caso coincidere con le arbitrarie linee di cessate il fuoco del 1949, causa a loro volta di troppe guerre. Per questo bisognerà anche negoziare precise garanzie di sicurezza, e lo stato di Palestina, nella sua vocazione alla coesistenza pacifica, accetterà di essere smilitarizzato fino a quando entrambe le parti non decideranno diversamente. Ed è chiaro che nello stato di Palestina potranno vivere cittadini ebrei, così come vi sono cittadini arabo-palestinesi nello stato d’Israele. Ed è chiaro che bisognerà negoziare su Gerusalemme, di cui riconosciamo i profondi legami con la storia e la cultura ebraica, per cui è chiaro che andrà fatto uno sforzo particolare per escogitare una appropriata condivisione della città che ne garantisca il libero accesso a tutti quanti. Così come è chiaro che bisognerà negoziare in buona fede e con buona volontà sulla questione dei profughi – tutti i profughi generati dal lunghissimo conflitto arabo-israeliano – sulla base di un principio di giustizia e di buon senso: come i profughi ebrei dai paesi arabi hanno trovato patria nello stato d’Israele, così i profughi palestinesi e i loro discendenti troveranno patria nello stato di Palestina.

 

Detto questo, nel discorso che non ha fatto all’Onu Abu Mazen avrebbe potuto darci una plausibile spiegazione del motivo per cui nel 2008 lasciò cadere l’offerta di Ehud Olmert che prevedeva di trasferire alla sovranità palestinese una quantità di territorio pari al 100% di quella da essi ufficialmente rivendicata (sommando striscia di Gaza, gran parte della Cisgiordania e altre terre all’interno della Linea Verde) nonché la cogestione di Gerusalemme e un’amministrazione internazionale dei Luoghi Santi. Un’offerta che fece “trasecolare” l’allora segretario di stato Usa, Condoleeza Rice, che si disse poi “scioccata” dal rifiuto di Abu Mazen. E avrebbe potuto spiegarci come mai da quattro anni si rifiuta di negoziare nonostante le dichiarazioni di Netanyahu a favore della soluzione a due stati; e come mai non abbia ripreso a negoziare nel 2010 quando Netanyahu per dieci mesi decretò un blocco senza precedenti di tutte le attività edilizie ebraiche in Cisgiordania, compresi i grossi insediamenti di Ma’aleh Adumim, Efrat ed Ariel destinati a restare parte d’Israele; e come mai non si precipiti a negoziare ora per stabilire confini definitivi, se davvero ha tanta urgenza di fermare gli insediamenti.

 

Sinceramente ce lo chiediamo in tanti, e se lo chiedono gli israeliani. Oggi, egregi signori – avrebbe continuato Abu Mazen nel discorso che non ha fatto all’Onu – chiediamo di essere riconosciuti come stato di Palestina, ma non useremo questo riconoscimento per cercare di incastrare Israele davanti alla Corte Penale Internazionale accusandolo di ogni possibile nefandezza, e in sostanza del fatto stesso di esistere. Giacché perseguire una condanna di Israele, come ha fatto Abu Mazen all’Onu nel settembre scorso, per “pulizia etnica, terrorismo, razzismo, istigazione al conflitto religioso, apartheid, espropri, demolizioni, carcerazioni illegali, occupazione, colonizzazione, ostruzionismo della pace e piani per una nuova nakba” non sembra l’atteggiamento più consono al dialogo e al compromesso. Piuttosto, poteva dire Abu Mazen, cercheremo di trascinare davanti alla Corte Internazionale il regime siriano, o quel regime iraniano che auspica esplicitamente la cancellazione dalla faccia della terra del nostro interlocutore di pace, e che anche solo per questo non meriterebbe di sedere in questa illustre Assemblea. E qui, già che c’era, Abu Mazen avrebbe potuto denunciare con forza l’occupazione della striscia di Gaza da parte di un’organizzazione terroristica al soldo di Tehran, guerrafondaia e antisemita, che tanti danni procura al popolo palestinese e alle sue aspirazioni di convivenza pacifica. Nel discorso che non ha fatto all’Onu, Abu Mazen avrebbe potuto proclamare con voce forte e chiara che la nascita dello stato di Palestina accanto a Israele sancirà la fine di ogni violenza contro Israele, che con essa gli arabi e i palestinesi, compresi quelli di Gaza e quelli sparsi nel mondo, garantiscono – per usare le parole della risoluzione 242 del 1967 – la cessazione di ogni rivendicazione e stato di belligeranza e il rispetto e il riconoscimento della sovranità, dell'integrità territoriale e dell'indipendenza politica di Israele, e del suo diritto a vivere in pace entro frontiere sicure e riconosciute, al riparo da minacce o atti di forza. Possiamo solo immaginare lo scroscio di applausi. Anche americani e israeliani.Infine Abu Mazen avrebbe potuto concludere il discorso che non ha fatto all’Onu proclamando esplicitamente la soluzione basata sul principio “due stati-due popoli”. Attenzione: due stati per due popoli. Né lui, né tutti gli altri rappresentanti palestinesi parlano mai di “due popoli”. Due stati, sì certo: lo stato da cui dovranno sgomberare tutti gli ebrei e lo stato dove avranno il “diritto” di insediarsi i discendenti dei profughi. Magari anche tre stati, visto che Hamas non ha alcuna intenzione di mollare la striscia di Gaza. O anche quattro, se si tien conto del fatto che il vicino regno di Giordania sorge su una parte della ex Palestina Mandataria, ha due terzi di popolazione palestinese e pure la regina è palestinese. Ma non parlano mai di uno stato nazionale per il popolo ebraico. In fondo, sarebbe bastato che Abu Mazen citasse alla lettera, nel 65esimo anniversario, la risoluzione approvata dall’Assemblea Generale il 29 novembre del 1947 e scandisse con voce chiara e forte il diritto ad esistere su quella terra di due stati: un “Arab State” e un “Jewish State”, uno stato arabo e uno stato ebraico.La notizia è che Abu Mazen non ha fatto nulla di tutto questo (con l’acquiescenza di 138 paesi, Italia compresa). E questa notizia, la stampa, avrebbe dovuto darla.


Marco Paganoni su Informazione Corretta



Un'ultima considerazione:
L'ONU non c'è per i Curdi massacrati oggi dai Turchi.

L'ONU non c'è in Rwanda.
L'ONU non c'è per i cristiani massacrati in Nigeria
L'ONU non c'è per la schiavitù praticata negli Emirati
L'ONU non c'è per la repressione dei copti e per la nuova dittatura egiziana.
L'ONU non c'è per le donne musulmane sottomesse ai test di verginità.
L'ONU non c'è nel Darfour
L'ONU non c'è in Tibet 
L'ONU non c'è in Cecenia
L'ONU non c'è in Iran
L'ONU non c'è in Siria
Pero', l'ONU incarica l'Iran della presidenza alla condizione femminile e conferisce alle peggiori dittature islamiche la presidenza di numerose commissioni...
Meno male che c'è Israele, senno' a che servirebbe?

10 ottobre 2011

La gaffe iraniana

Più della diplomazia, poté la fatica. E quella voglia incredibile di sedersi da qualche parte. E così finisce che quel posto in realtà sia quello riservato al nemico numero uno dello Stato che rappresenti. Poi basta che qualche delegato presente al momento scatti una foto storica e il gioco è fatto. La polemica è servita. Per non parlare dell’imbarazzo. I fatti. In uno dei tanti vertici all’Agenzia internazionale dell’energia atomica è presente anche Ali Ashgar Soltanieh, il delegato iraniano permanente dell’Aiea. Al margine di un lungo incontro che ha avuto luogo a fine settembre, Soltanieh si mette a discutere con il collega irlandese, Paese che presiede il comitato di sicurezza dell’Agenzia, e cubano. Complice la fatica, l’esponente iraniano si siede di fianco. Ignorando il cartellino con la scritta “Israel”. Non è il solo. Perché anche gli uomini dietro, entrambi iraniani, non notano che quel posto è stato riservato in precedenza allo Stato ebraico. O, come preferiscono chiamarlo dalle parti di Teheran, l’«entità sionista». Qualcuno non ci pensa su un secondo e scatta una foto con un telefonino. La invia a Colum Lynch, curatore del blog «Turtle bay» dove il giornalista scrive dei lavori delle Nazioni Unite per conto di Foreign Policy. E da lì la notizia esplode. In Israele i giornali hanno ironizzato sulla scena. «Ma come, dite che non esistiamo e poi vi sedete sulle nostre sedie?», scrivono alcuni quotidiani. Dall’Iran, invece, non è arrivata nessuna reazione. Anche se qualcuno scommette che Soltanieh, da sei anni inviato all’Aiea, rischi il posto. E tutto per una semplice distrazione. E una foto. E il web.

Da L'Inkiesta

14 settembre 2011

Prima di creare lo Stato bisognerebbe creare il popolo palestinese

 Abbiamo fatto l’Italia ora dobbiamo fare gli italiani ». Così diceva Massimo d’Azelio all’indomani dell’unificazione dell’Italia. La frase è importantissima perché delinea in poche parole che fare uno Stato non significa affatto fare un popolo.

Se portiamo questo aforisma ai tempi nostri e lo applichiamo allo Stato palestinese che parecchi vorrebbero veder nascere, vedremo che mai come in questo caso quell’aforisma di d’Azelio è azzeccato. I palestinesi sono tutto fuorché un popolo.

Il termine “popolo palestinese” venne coniato da Yasser Arafat allo scopo di dare legittimità alla Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP), un gruppo rimasto per molto tempo inserito tra i “gruppi terroristi”. Fino ad allora il termine “popolo palestinese” non si era mai sentito. Si parlava di abitanti arabi della Palestina oppure di giordani. La Palestina è invece storicamente terra ebraica tanto è vero che quando l’Onu decise di dividere la Palestina tra ebrei e arabi, diede il nome di Israele alla terra attribuita ai primi e di Cisgiordania alla terra attribuita agli arabi. Nessuno parla di Palestina il cui copyright è assolutamente ebraico e non arabo.  Fu proprio Arafat ad appropriarsi ingiustamente del nome “Palestina”, un nome che appartiene agli ebrei e non agli arabi. Questo per dire che, storicamente parlando, mentre è appropriato parlare di “popolo ebraico” non lo è affatto parlare di “popolo palestinese” intendendo gli “arabi di Palestina”.

Chiarito questo punto, formare il cosiddetto stato palestinese non vuol dire affatto dare per scontato che con uno stato si crei anche un popolo. I cosiddetti palestinesi, che noi chiameremo “arabi di Palestina”, non hanno i valori identificativi e storici di un popolo. Un popolo ha una storia, delle tradizioni tramandate da secoli, una terra di riferimento, una lingua, persino una cucina tipica. I Curdi, per esempio, sono un popolo anche se oppresso. Gli egiziani sono un popolo. I persiani (gli attuali iraniani) sono un popolo. Gli ebrei sono un popolo. Non gli arabi di Palestina. Sono arabi che occupano una terra storicamente non loro.

Ciò non toglie che non debbano avere un loro Stato. Certo, non ottenuto con azioni unilaterali come quella che si apprestano a fare e non con l’intenzione dichiarata di distruggere un altro popolo, quello ebraico. Uno stato si costruisce partendo dalla gente che lo rappresenta, cioè da quello che sarà il suo popolo. Nel caso degli arabi di Palestina si agisce esattamente nel modo contrario.

Ecco perché non va fatto l’errore di fare la Palestina prima ancora di fare i palestinesi. Prima di diventare uno Stato essi devono capire l’importanza che ha un fatto del genere, confrontarsi tra di loro e, soprattutto, mettere da parte qualsiasi intenzione bellicosa verso gli altri popoli. Altrimenti creeremo uno Stato terrorista prima ancora di proclamarlo “nazione”.

Si rinunci quindi alla creazione di uno Stato Palestinese se prima non verrà creato un “popolo palestinese”, una entità che rispetti almeno il minimo indispensabile delle regole che fanno dell’unione sociale e pacifica di un agglomerato di persone, un popolo.

Da Secondo Protocollo

14 luglio 2011

L'Onu ostaggio dei terroristi palestinesi

Antefatto: dopo molti anni di “fedele e incondizionato servizio” a favore della causa palestinese l’agenzia Onu dedicata completamente ai palestinesi, la UNRWA (United Nations Relief and Works Agency) decide di cambiare alcune cose nel sul nome togliendo le parole “relief” e “works”  trasformandosi così in “UN agency for Palestinian refugees”.

Nulla di male, fanno sapere dall’Onu, la UNRWA continuerà a essere supina ai voleri dei palestinesi e a mantenere lo stesso assurdo metodo di attribuzione del termine di “rifugiato” applicato, unico caso al mondo, anche ai discendenti dei profughi originali, metodo che nel giro di 60 anni ha fatto lievitare il numero di rifugiati (o considerati tali) da circa 500.000 a oltre 4 milioni. Tuttavia era abbastanza evidente il tentativo delle Nazioni Unite di smorzare le polemiche internazionali sul ruolo e sui costi stratosferici di questa struttura giudicata oltremodo onerosa quando non dannosa per la stabilizzazione dell’area.

Tutto a posto quindi? Contenti i donatori che finalmente intravedono un cambio di rotta nella UNRWA e contenti i palestinesi che continuano a godere di tutti i milioni amministrati da questa assurda agenzia. Invece no. I palestinesi non sono d’accordo. Capiscono che qualcosa (magari lentamente) sta cambiando e che piano piano l’agenzia Onu a loro dedicata dovrà stringere i cordoni della borsa e rivedere i loro parametri di attribuzione dello status di “rifugiato”.

E così scatta la rivolta, ben occultata dai media occidentali che evitano sempre di criticare i buoni e pacifici palestinesi che però di essere considerati come tutti gli altri non ne vogliono sentir parlare. La settimana scorsa, nella Striscia di Gaza, Hamas organizza un protesta (piuttosto violenta ma non tanto da indignare) davanti alla sede della UNRWA per protestare contro il cambio di nome dell’agenzia. Inutilmente i funzionari dell’Onu hanno cercato di far capire ai palestinesi che nulla sarebbe cambiato e che avrebbero continuato a essere supini a quell’assurdo sistema in vigore fino ad oggi. Hanno persino dato garanzie che con questo “stratagemma” i fondi destinati ai palestinesi sarebbero aumentati (come se fossero pochi) in quanto il nuovo nome dava maggiori garanzie ai donatori. Non c’è stato niente da fare. I manifestanti, ben organizzati da Hamas, non hanno voluto sentire ragioni e, temendo invece una “normalizzazione” dell’agenzia, hanno continuato a manifestare arrivando a minacciare “terribili ritorsioni” se le cose non fossero tornate com’erano prima.

Conclusione: la UNRWA è dovuta tornare indietro ripristinando quelle due parole (relief e works) nel suo nome e accantonando il nuovo titolo che poi, alla fine, era solo una specie di maschera contro le obiezioni dei paesi donatori anche se indicava chiaramente un cambio di rotta, magari lentissimo, ma pur sempre un segnale.

Cosa ci insegna tutto questo? Niente di cui non fossimo a conoscenza, cioè che i palestinesi godono in seno alle Nazioni Unite di privilegi che non sono concessi a nessun’altro popolo sulla terra e che se qualcuno prova a cambiare le cose, loro insorgono e minacciano “terribili ritorsioni”. Anzi, il fatto ci conferma che l’Onu è praticamente ostaggio delle pretese palestinesi e che ogni tentativo di cambiare lo stato delle cose provoca una durissima reazione da parte di Hamas che chiaramente non ci pensa nemmeno di perdere il lucroso business degli aiuti umanitari che gestisce per nome e per conto della UNRWA.

Da Secondo Protocollo

7 marzo 2011

La presa in giro onusiana

<p>Un dittatore non va pi&ugrave; di moda? Non fa niente, lo togliamo e... ce ne mettiamo un altro. Ancora pi&ugrave; sanguinario e sanguinolento. Pensate che si tratti di un thriller o di un'associazione a delinquere, di assassini, ecc.?&nbsp;Noooo che dite mai!!&nbsp;Si tratta della Commissione dei Diritti umani e della Commissione per lo status delle donne:&nbsp;Gheddafi è stato licenziato dal primo, ma niente paura a sostituirlo sarà l'Iran nella seconda. Pensate un po', un Paese il cui governo condanna le donne alla lapidazione, che impedisce loro di avere una vita normale, che farà parte di una commissione per i loro diritti...

11 gennaio 2011

Due conti nelle tasche di Hamas...

 Si conosce già quasi tutto dei beni e del denaro in entrata a Gaza. Un flusso ininterrotto che scorre attraverso più di 800 tunnel scavati sotto il confine con l’Egitto, per un valore compreso tra i 600 e gli 850 milioni di dollari ogni anno, secondo i dati di un rapporto uscito ieri per il Washington Institute for Near East Policy. Ma a Gaza non ci sono soltanto il cemento, il carburante e i borsoni di denaro in entrata. Il lato meno raccontato della storia è quello che va in senso contrario: il flusso impetuoso di denaro in uscita verso il mondo esterno per circa 750 milioni di dollari ogni anno. Grazie ai tunnel e ai trasferimenti bancari il denaro arriva a depositi sicuri nei paesi del Golfo persico e in Europa. La nuova classe benestante di Gaza, in maggioranza legata ad Hamas che esercita un controllo ferreo sulla distribuzione interna degli aiuti e della ricchezza, non vuole tenere i propri soldi dentro Gaza e preferisce spostarli subito all’estero. E a dispetto di questa somma enorme di denaro in uscita, quello che rimane è ancora troppo rispetto alle occasioni di investimenti disponibili dentro Gaza: nel febbraio 2009, per esempio, le banche palestinesi si sono rivolte alla Banca centrale di Israele con una strana richiesta: depositare il loro denaro in eccesso in Israele. Da dove arriva tutto questo denaro? Non tutto dal commercio attraverso i tunnel. Anzi, il flusso maggiore è quello che scorre attraverso i trasferimenti bancari. Secondo funzionari del sistema bancario palestinese, almeno 2 miliardi di dollari sono stati trasferiti alle banche di Gaza ogni anno da quando Hamas ha preso il controllo della Striscia. Secondo il primo ministro palestinese Salam Fayyad, la cifra è anche superiore: il 54 per cento del budget dell’Autorità nazionale palestinese per il 2010, 13,7 miliardi di dollari, è andato a Gaza. A questa somma si aggiungono i 450 milioni di dollari dell’Onu e i soldi di 160 organizzazioni non governative di aiuto straniere. E, ovviamente, i finanziamenti politico-militari dall’Iran, per almeno 100 milioni ogni anno. Grazie a questi conti, Hamas può pagare più salari di quanto non riesca l’Anp.

Dal Foglio

22 dicembre 2010

L'Onu si dice "preoccupato" per la costante violazione dei diritti umani. Ma una risoluzione di condanna no??

L'Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha approvato una risoluzione in cui si esprime "profonda preoccupazione" per le "ricorrenti" violazioni dei diritti umani in Iran. Il documento, approvato con 78 voti favorevoli e 45 contrari, segue di alcuni giorni una lettera aperta firmata da oltre 80 personalita' di tutto il mondo in cui si chiede a Teheran di liberare Sakineh Mohammadi Ashtiani, l'iraniana condannata a morte per complicita' nell'omicidio del marito.

L'Onu "esprime profonda preoccupazione per le gravi e ricorrenti violazioni dei diritti umani" in Iran, dove i prigionieri sono "torturati, soggetti a disumane condizioni di detenzione e puniti con la fustigazione o l'amputazione degli arti", si legge nella risoluzione. Nel documento e' sottolineato, inoltre, l'esponenziale incremento del numero delle condanne a morte eseguite nella Repubblica Islamica e le sempre piu' frequenti limitazioni alla liberta' di religione e di espressione.

Da AdnKronos

9 dicembre 2010

L'Onu come Ahmadinejad: non è reato uccidere i gay

L'assemblea del Palazzo di Vetro elimina "l'orientamento sessuale" dai motivi di condanna internazionale per violazione dei diritti umani. Quasi 80 Paesi, per lo più africani e islamici, hanno votato a favore della risoluzione

Adesso vediamo se anche dopo questa qualcuno riesce a sostenere che la decisione è buona perché l’ha presa l’Onu, è una risoluzione dell’Onu e quindi bisogna osservarla... È successo il 14 novembre, zitti zitti, piano piano. E adesso per l’Onu uccidere gli omosessuali non è reato. È pazzesco? Naturalmente sì. E tuttavia c’era da aspettarselo, dato che alcuni dei suoi più rispettati membri, come l’Iran, li uccidono sulla pubblica piazza per impiccagione, oppure prevedono la condanna alla decapitazione, come l’Arabia Saudita. In realtà, in 7 Paesi per l’omosessualità è prevista la pena di morte, e per ben 80 Paesi, con pene variabili, essere gay è un reato.

Ma adesso si tratta di una decisione votata a maggioranza, ed ecco come. Il Terzo Comitato dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha discusso alcuni emendamenti a una risoluzione già esistente sulle esecuzioni extragiudiziali, arbitrarie e sommarie. La risoluzione afferma i doveri dei Paesi membri di proteggere il diritto alla vita di tutti gli esseri umani, con speciale enfasi sulla richiesta ai Paesi di investigare le uccisioni a base discriminatoria. Nella risoluzione si prende, anzi, si prendevano in considerazione parecchi casi di questo genere. Per esempio venivano inclusi i bambini senza fissa dimora, gli attivisti di diritti umani nei Paesi autoritari, i membri di comunità etniche, religiose e linguistiche minoritarie. Per gli ultimi dieci anni la risoluzione aveva incluso anche l’orientamento sessuale, ricordando che non è raro che gli omosessuali siano condannati in vario modo a morte. Ma oggi questo punto non è più incluso nella risoluzione contro gli assassinii dovuti alla discriminazione, perché una maggioranza di 79 Paesi contro 70, 17 astenuti e 26 assenti, ha votato un emendamento presentato dalla piccola nazione africana del Benin, che l’ha presentato da parte del raggruppamento africano dell’Onu, che proponeva di stralciare le minoranze omosessuali dal gruppo dei cittadini che si devono proteggere. Già in passato l’Uganda aveva tentato di introdurre un simile emendamento, ma senza successo.

Fra coloro che hanno votato a favore dell’emendamento, l’Afghanistan, l’Algeria, l’Egitto, il Marocco, il Pakistan, la Malesia, il Sudan, lo Yemen, naturalmente l’Iran. I Paesi islamici non hanno simpatia per i gay, anzi, li perseguitano e li condannano. Ma la preferenza per escludere gli omosessuali dalla protezione internazionale è ben più larga e sorprendente: Cina, Congo, Corea del Nord, Russia, Vietnam, Zimbabwe, Uganda... C’è l’imbarazzo della scelta. Ci sono anche Paesi come Bahamas, Belize (dove si prendono 10 anni se sei gay), Giamaica (stesso trattamento), Grenada (idem), Guyana (la condanna qui è a vita) e via elencando. Contro, invece, tutti quanti i Paesi occidentali e, unico in Medio Oriente, Israele. Inoltre l’India, la Corea del Sud e la maggior parte dell’America Latina. È interessante che la possibilità di essere gay senza commettere reato e senza che la società in cui sei nato abbia il diritto di ucciderti o metterti in galera sia ancora oggi una questione di confini geografici, nonostante l’evidenza dell’universalità della presenza omosessuale nel mondo. Ma si sa che per Ahmadinejad gli omosessuali non esistono nel suo Paese, lo ha detto appunto dal podio dell’Onu. Il diritto alla sessualità ha perimetri precisi, e si può scommettere che siano gli stessi dell’oppressione alla donna e dello sfruttamento spietato ai minori.

L’Onu, comunque, ormai è diventata sede permanente di negazione dei diritti umani. Uno degli ultimi episodi è l’impossibilità della signora Navy Pillay, alto commissario per i diritti umani, di presenziare alla cerimonia del conferimento del Premio Nobel al dissidente cinese Liu Xiabo, con la scusa che per venerdì aveva già un impegno a Oslo con «chiara precedenza» sul Premio Nobel. Ma davvero? Dunque è solo una coincidenza che il consiglio per i diritti umani dell’Onu si sia rivolto alla Cina, un Paese in cui l’oppressione e la condanna a morte dei dissidenti è notoria, solo tre volte, mentre gli Usa, per le loro gravi, gravissime violazioni, sono condannati ben 7 volte e Israele alcune decine? Se è una coincidenza, dobbiamo cominciare a credere nella magia.

Da Il Giornale

Qualche associazione umanitaria protesterà?

2 luglio 2010

L'Onu sempre più contro i diritti umani

 E’ in condizione “critiche” il dissidente cubano Guillermo Fariñas, in sciopero della fame da quattro mesi e ricoverato presso il reparto di terapia intensiva dell’ospedale cubano di Santa Clara. Il giornalista e psicologo cubano fa sapere che porterà avanti la sua protesta “fino alle ultime conseguenze”. Fino alla morte per inedia. Non ha più la febbre che lo tormentava nei giorni scorsi, ma Farinas potrebbe collassare fatalmente da un momento all’altro. Il dissidente aveva cominciato lo sciopero della fame il 24 febbraio per chiedere la liberazione di una ventina di detenuti malati considerati prigionieri di coscienza da Amnesty International. Il dottor Guillermo Fariñas, che è facile ricordarsi per le fotografie in cui assomiglia a uno spettro con gli occhi fuori dalle orbite, era finito in carcere a Cuba per aver invocato “internet libero”, offesa grave in un regime comunista che svetta fra chi perseguita e massacra di più al mondo la libertà d’informazione. Psicologo in pensione e giornalista molto critico, Farinas è costretto alla sedia a rotelle da una polineurite. L’opposizione al regime castrista, assieme a Farinas, chiede la liberazione di duecento detenuti politici, a cominciare da un gruppo di venti malati, i quali appartengono al gruppo dei 75 arrestati nel 2003 nella cosiddetta “Primavera nera”. Il governo di Raul Castro ha detto che non accetterà “ne pressioni ne ricatti” nel caso Farinas, il quale ha cominciato la protesta all’indomani della morte dell’oppositore prigioniero Orlando Zapata dopo mesi di sciopero della fame, decesso che ha provocato un’ondata di condanne internazionali. La ribellione per fame e sete di Farinas è tanto più drammatica e intollerabile per il regime perché viene proprio da un “figlio della Rivoluzione”. Entrambi i genitori di Farinas infatti lottarono con tro Batista, suo padre accompagnò il Che in Congo nel 1965. E Guillermo, dopo aver frequentato una scuola militare in Unione sovietica, combatté nella “missione internazionalista in Angola. Ferito diverse volte in combattimento, nel 1980 era tra i militari di guardia all’ambasciata del Perù, nel tentativo di impedire la fuga di massa dei cosiddetti “marielitos”. Negli stessi giorni in cui a Cuba si muore e si finisce in galera in nome della dissidenza, a Ginevra il Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite ha eletto come vicepresidente del celebre organismo proprio un fedele castrista. Durante una riunione annuale, i suoi membri hanno scelto per acclamazione l’ambasciatore di Cuba a Ginevra, Rodolfo Reyes Rodriguez, quale miglior candidato per la carica di vicepresidente, anche “in riconoscimento del lavoro svolto da parte di Cuba nel settore dei Diritti Umani”. L’ambasciata cubana a Ginevra si felicita in una sua nota che “la scelta di Cuba per questa posizione è un importante riconoscimento del titolo esecutivo per il lavoro esemplare della Rivoluzione Cubana in favore dei diritti umani del suo popolo e del mondo”. Intanto all’Avana processi e persecuzioni A gestire i dossier sui diritti umani e le violazioni in giro per il mondo sarà dunque uno dei “worst of the worst”, i peggio del peggio, i paesi più repressivi del mondo nella classifica appena stilata da Freedom House e che vede Cuba in cima alla lista nera. Quattro delle peggiori dittature, ovvero Cina, Cuba, Libia e Arabia Saudita, siedono dunque nel Consiglio dei diritti umani dell’Onu. L’Avana però è l’unica a detenere anche un posto decisivo nella catena di comando all’Onu sui diritti umani. La nomina della compagine cubana arriva nei giorni del processo a un altro famoso dissidente caraibico, il dottor Darsi Ferrer, che ha passato quasi un anno in detenzione preprocessuale in un carcere di massima sicurezza dopo aver organizzato manifestazioni critiche nei confronti del regime. Darsi Ferrer è stato condannato a un anno di carcere e a tre mesi di “lavoro correttivo”. Altri sei prigionieri politici hanno appena avviato lo sciopero della fame. Fra di loro spicca Hector Fernando Maceda, il marito di Laura Pollan, leader delle Dame in Bianco, il gruppo di familiari dei dissidenti detenuti nel 2003. Il regime ha dovuto spedire agli arresti domiciliari il dissidente disabile, Ariel Sigler Amaya, divenuto paraplegico dopo il suo arresto anni fa. Tre anni di detenzione gli hanno fatto perdere sessanta chili. Amaya soffre di gravissimi problemi renali, emorragie intestinali, tonsillite cronica, il fratello dice che “ha tutti gli organi compromessi”. Nella stessa condizione di semilibertà si trova anche Jorge Luis Pérez “Antúnez”, che dopo diciassette anni di carcere per “propaganda nemica orale” vive ancora assediato dalla polizia politica. Attualmente si parla di “sei-sette mila dissidenti dichiarati” nell’isola di Cuba. Gente come Adolfo Fernandez Sainz, che lavorava per l’agenzia di stampa “Patrìa” prima dell’arresto. Sainz, che deve scontare quindici anni, soffre di artrite, enfisema polmonare, cisti renale, ernia iatale, prostata ingrossata e pressione alta. Da quando è dietro le sbarre ha perso venti chili e non ha ricevuto cure sufficienti. Sta molto male Jorge Luis Gonzalez Tanquero, la cui famiglia fu accolta dall’ex presidente Bush alla Casa Bianca e che rifiuta le cure perché “inadeguate”. Ricardo Linares García è diventato quasi cieco in carcere. Anche il dottor Oscar Biscet è gravemente malato, la sua cella non ha finestre e si sa per certo che è stato più volte torturato e picchiato. Il dottore iniziò la sua lunga e agonizzante resistenza al regime quando scoprì che a Cuba si praticava l’infanticidio tramite aborto tardivo. Con la sua condanna a 25 anni di carcere, Biscet è uno dei massimi prigionieri di coscienza al mondo.

Da Il Foglio


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permalink | inviato da esperimento il 2/7/2010 alle 10:46 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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