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Questo blog sta spudoratamente con Israele e, riprendendo un post di Victor Davi Hanson, gentilmente già tradotto daCamillo non metterà in dubbio le sue idee, ma lo potrebbe fare se:
-
Sharon sospenderà tutte le elezioni e pianificherà un decennio di governo che non potrà essere messo in discussione.
-Sharon sospenderà tutte le inchieste giudiziarie sulle sue attività fiscali e i membri della sua famiglia spenderanno a Parigi i milioni di dollari dati a Israele come aiuti umanitari.
-Tutte le le televisioni e i giornali israeliani saranno censurati dal partito Likud.
-Squadracce di assassini israeliani entreranno in Cisgiordania con la precisa intenzione di far saltare in aria donne e bambini arabi.
-I bambini e adolescenti israeliani saranno addobbati con esplosivi sotto le camicie per andare a uccidere famiglie palestinesi.
-Le folle israeliane si precipiteranno in strada per immergere le mani nel sangue dei loro morti e poi marceranno invocando omicidi di massa di palestinesi.
-I rabbini pronunceranno sermoni pubblici con cui ritraggono i palestinesi come figli delle scimmie e dei maiali.
-I testi scolastici israeliani diranno che gli arabi fanno sacrifici umani e riti omicidi.
-I principali politici israeliani, senza che nessuno li rimproveri, invocheranno la distruzione della Palestina e la fine della società araba in Cisgiordania.
-I membri del partito Likud linceranno e uccideranno, come se fosse normale, e senza processo, i propri oppositori.
-I fondamentalisti ebrei uccideranno le donne colpevoli di adulterio e resteranno impuniti perché sosterranno di aver salvaguardato l'onore della famiglia.
-La televisione israeliana trasmetterà - accompagnati da musica patriottica ­ gli ultimi messaggi registrati di assassini suicidi che hanno massacrato dozzine di arabi.
-I manifestanti ebrei faranno una parata per strada e vestiranno i loro bambini da assassini suicidi.
-I newyorchesi pagheranno 25 mila dollari di taglia per ogni palestinese ucciso da un assassino israeliano.
-I militanti israeliani uccideranno un ebreo per sbaglio e poi si scuseranno dicendo che pensavano fosse un arabo, al fine di tacitare la società israeliana.
-Gli ebrei entreranno nei villaggi arabi di Israele per mitragliare donne e bambini.
-Le figure pubbliche israeliane, come se fosse una cosa normale, minacceranno di colpire gli Stati Uniti con attacchi terroristici.
-Bin Laden sarà un eroe popolare a Tel Aviv.
-Gli assassini ebrei uccideranno diplomatici americani e la società ebraica darà loro ospitalità.
-I cittadini israeliani celebreranno le notizie secondo cui tremila americani sono stati assassinati.
-I cittadini israeliani esprimeranno sostegno per i tentativi dei supporter di Saddam di uccidere gli americani in Iraq.
-Gli israeliani ameranno la morte e gli arabi vorranno bersi in pace un caffé da Starbucks.

Lo statuto di Fatah



"
Israele è una delle rare cause che sostengo. Neri e ebrei sono legati da una storia comune di persecuzioni"
Ray Charles, "The Genius", cantante e pianista.









Carlo Panella
I piccoli martiri assassini di Allah
pp. 224 - Euro 12,90 - Edizione in brossura con sovraccoperta. Indottrinamento scolastico, religioso, mediatico; cortometraggi di propaganda appositamente studiati per annullare la naturale paura della morte; canzoncine e giochi che esaltano il suicidio e il martirio. Sono terribili ed eclatanti i documenti raccolti in questo saggio. Oggi un’intera generazione di ragazzini, vittime dell’indottrinamento e della propaganda crede che la morte per Allah in guerra sia la più elevata impresa conseguibile in vita. Questa educazione è un’onta indelebile, un abuso, un terribile pregiudizio per il futuro della regione e del pianeta.

Carlo Panella
, autorevole osservatore dell’intricato scenario mediorientale, analizza la nuova, terribile arma del terrorismo islamico: il martirio degli shaid–killer, i suicidi-assassini, diventati ormai parte integrante nel progetto di una società islamica fondamentalista. "È questo, per chi ha occhi per vedere, il nuovo volto di un vecchio cancro che l’Europa ha tristemente conosciuto: il totalitarismo".

 



l'educazione impartita ai bambini palestinesi - This is what is taught to palestinian children

"Avremo la pace quando gli arabi ameranno i loro figli quanto odiano noi" - Golda Meir

E
’ ovvio che tutti i morti chiamano compassione, che le vittime non stanno da una parte sola, che in Medio Oriente non è quasi possibile distinguere il sangue dei vinti da quello dei vincitori, perché è in corso una lotta esistenziale la cui conclusione è tutt’altro che certa, e il cui unico sbocco umano possibile è la pace. Ma non è ovvio, anzi è uno scandalo, che il terrorismo sia rubricato sotto la voce “resistenza”, che non si capisca quanto sia di rigore il dovere di amare un paese così, affetto da questa piaga, lacerato e insanguinato nel modo che vedete, e non in metafora, ma alla lettera. E gli scandali devono venire alla luce.Il terrorismo è una paura dell’invisibile, e questa paura forgia le coscienze degli occidentali che cedono terreno alla sua logica nell’invisibilità. (...) - Da «Amiamo la vita più di quanto loro amano la morte» Il Foglio 3/2/2004.

Israele rappresenta un caso unico: quello di uno Stato al quale si contesta il diritto di esistere. La politica israeliana si può comprendere chiaramente solo alla luce di questa realtà. Tutti i timori, le preoccupazioni, le angosce dei miei amici israeliani, compresi quelli più impegnati per la pace, si riassumono nella paura di vedersi negare il diritto di esistere. Una paura che non cesserà finché questo diritto non sarà garantito. E finché durerà questa paura, l´unica reazione possibile sarà quella di dire: «Mai più ci lasceremo condurre docilmente al massacro come agnellini inermi». (...) Chi non lo comprende, e non tiene presente al tempo stesso il fatto che fin dal primo momento l´esistenza stessa del neonato Stato d´Israele veniva contestata da parte araba, con mezzi militari e sempre nuove minacce, non può comprendere qual è veramente la posta in gioco nel conflitto mediorientale. Se guardiamo alla situazione attuale, non possiamo ignorare le sofferenze dei palestinesi, i morti, le molte vittime innocenti, dall´una e dall´altra parte. Ma questo conflitto potrà arrivare a una soluzione soltanto quando il diritto alla esistenza dello Stato di Israele e dei suoi cittadini sarà garantito al di là di ogni possibile dubbio. (...) Da "Vedere l'Olocausto in atto" di Joschka Fischer su La Repubblica del 3/2/2004.

Che i profughi palestinesi siano delle povere vittime, non c'è dubbio. Ma lo sono degli Stati Arabi, non d'Israele. Quanto ai loro diritti sulla casa dei padri, non ne hanno nessuno perché i loro
padri erano dei senzatetto. Il tetto apparteneva solo a una piccola categoria di sceicchi, che se lo vendettero allegramente e di loro propria scelta. Oggi, ubriacato da una propaganda di stampo razzista e nazionalsocialista, lo sciagurato fedain scarica su Israele l'odio che dovrebbe rivolgere contro coloro che lo mandarono allo sbaraglio. E il suo pietoso caso, in un modo o nell'altro, bisognerà pure risolverlo. Ma non ci si venga a dire che i responsabili di questa sua miseranda condizione sono gli «usurpatori» ebrei. Questo è storicamente, politicamente e giuridicamente falso. Dal «Corriere della Sera», Indro Montanelli, 16 settembre 1972.

(...) l'11 marzo l'Europa ha pagato caro il suo pacifismo filoislamico: 200 morti innocenti, il più  terribile attentato mai vissuto nel vecchio continente. 
(...) Sarebbe giusto capire finalmente la tragedia che vive Israele da anni e sarebbe giusto pensare che noi abbiamo vissuto 130 volte l'11 marzo in tre anni e mezzo. 130 attentati suicidi in un Paese piccolo come una regione italiana. Dopo ogni attentato sentivamo i commenti più atroci: " lotta di liberazione, non hanno altra possibilita'che il terrorismo, militanti per la libertà, occupazione militare, peggio per loro (cioè noi)". Mai una normale parola di comprensione per i nostri bambini lacerati dai chiodi e dall'esplosivo. Una bambina di sette mesi è la più piccola vittima di Madrid. La sua morte dovrebbe pesare sulla coscienza di chi ha sempre tentato di giustificare il terrorismo islamico.
La sua morte, come quella delle altre vittime, dovrebbe togliere il sonno a chi esaltava Durban, a chi approvava i cortei pacifisti urlanti "Bush e Sharon Boia" e ai capetti europei sempre pronti a calare le braghe davanti alle dittature islamiche. Io li porterei tutti a Madrid e li farei stare sull'attenti davanti ai pezzi dei corpi delle vittime dei fratellini di Bin Laden, Arafat e Saddam Hussein.
Deborah Fait su Informazione corretta 13/03/2004.



Quattro giorni più tardi, 16/10/2000 il quotidiano palestinese di Ramallah "Al Hayat Al Jadida" pubblicava il seguente appello:
Chiarimenti speciali dal rappresentante italiano della rete televisiva ufficiale italiana. Miei cari amici di Palestina, ci congratuliamo con voi e crediamo che sia nostro compito mettervi al corrente degli eventi che hanno avuto luogo a Ramallah il 12 ottobre. Una delle reti private italiane, nostra concorrente, e non la rete televisiva ufficiale italiana RAI, ha ripreso gli eventi; quella rete ha filmato gli eventi. In seguito la televisione israeliana ha mandato in onda le immagini così come erano state riprese dalla rete italiana e in questo modo l’impressione del pubblico è stata che noi, cioè la RAI, avessimo filmato quelle immagini. Desideriamo sottolineare che le cose non sono andate in questo modo perché noi rispettiamo sempre e continueremo a rispettare le procedure giornalistiche dell’Autorità Palestinese per il lavoro giornalistico in Palestina e siamo attendibili per il nostro lavoro accurato. Vi ringraziamo per la vostra fiducia e potete stare certi che questo non è il nostro modo d’agire (ossia nel senso che non lavoriamo come le altre reti televisive). Non facciamo e non faremo cose del genere. Vi preghiamo di accettare i nostri migliori auguri. Riccardo Cristiano,Rappresentante della rete ufficiale italiana in Palestina
(grazie alla segnalazione di Barbara).

 

Esperimento consiglia:

 

24 giorni La verità sulla morte di Ilan Halimi di Ruth Halimi ed Emilie Frèche. Traduzione di Barbara Mella, Elena Lattes, Marcello Hassan. Ed. Belforte

A lie gets halfway around the world before the truth has a chance to get its pants on. Winston Churchill (grazie ad Old Toni)

«L'antisemitismo è qualcosa che minaccia la vita degli ebrei ma devasta, a volte in maniera irrimediabile, le coscienze dei non ebrei. È giunto il momento di raccontare quelle sgradevoli verità che non siamo ancora riusciti né a confessare né a confessarci del tutto.»


   Il sistema costituzionale dello Stato di Israele
dalai lama


*LIST
JEWISH BLOGGERSJOIN*



(Grazie a Dandy che è l'autore del bellissimo manifesto e a Bautzetung promotore della lista il cui motto è "Né di qua né di là!!!")

TOCQUEVILLE,  la città dei liberi.

Premessa. – Introduzione. – I. Profili storici (E. Ottolenghi). – II. Costituzione e Fonti del Diritto (A. Mordechai Rabello). – III. La Forma di Governo (E. Ottolenghi). – IV. I partiti politici (A. Mordechai Rabello e A. Yaakov Lattes). – V. Le libertà fondamentali (S. Navot). – VI. L’ordinamento giudiziario (S. Goldstein e A. Mordechai Rabello). – VII. La giustizia costituzionale (T. Groppi). – Orientamenti bibliografici (a cura di Francesca Rosa).
 

 



 



                                         

>
A lie gets halfway around the world before the truth has a chance to get its pants on. Winston Churchill (grazie ad Old Toni)



Grazie a Watergate che ha migliorato notevolmente questa homepage

E voi cosa proponete? Andreacaro è convinto che una risata ci seppellirà.


 

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10 dicembre 2017

L'Europa che è contro la pace

Mentre alcuni Paesi europei (tra cui l'Italia in prima fila, ahinoi!!) si sperticano per riportare il mondo allo stallo prepotentemente pro-terrorista, l'Arabia Saudita fa la sua proposta (in linea con la posizione di Trump) e rappresentanti del Bahrein vanno in visita in Israele alla ricerca di accordi pacifici.

Non venitemi a dire che Eurabia non esiste.

28 febbraio 2011

Tanta carne al fuoco ad Eurabia

Poco ci mancava che qualche politico (a caso) dicesse “Signor colonnello Gheddafi, per cortesia, interrompa le mitragliate dei caccia sui ribelli…”, mentre l’ONU sgomenta non invia immediatamente qualcuno per reprimere questo bagno di sangue.

Sappiamo bene come, specialmente nella democratica Europa, se è l’arabo che uccide l’Arabo, se è l’Africano che trafigge un Africano, non ce ne importa un fico secco perché – ancora per poco – non ci riguarda. Per questo certa sinistra non ha ancora fatto sfilare tante persone, ognuna con la sua kefiah, a sostegno dei fratelli arabi.

Che sia un dittatore oppure un consiglio rivoluzionario, un governo eletto dalla popolazione - democratico o meno, corrotto oppure sanguinario -, tutti quanti dovranno esportare il loro greggio, il gas, le materie prime, di cui noi ci nutriamo ogni attimo e per i quali venderemmo anche il famoso sentimento italiano legato alla “Mamma” (speciale due per uno, inclusa nella confezione anche la mamma).

Perché allora autoflagellarci? I problemi libici sono fatti loro, tanto la Juve o Unicredit resisteranno ai contraccolpi di questi spari. Noi abbiamo altre faccende di cui occuparci per 24 ore al giorno: tanto materiale per i tiggì, tanto blabla ed energia sprecata, mentre lo stato arretra culturalmente ed i festeggiamenti – oltraggiati – per i 150 anni dall’Unità, rischiano di diventare una polveriera tutta italiana: alcuni andranno a farsi “battezzare” con acqua del Po, altri tenteranno l’espatrio da quest’Italietta mortificata quotidianamente, delusa ed illusa, che si vanta di far parte del G8 per la sua economia – al servizio di ogni tipo di rais - e la sua nuova arte del “bunga-bunga”. Dall’ottobre 2010 infatti, gli italiani si masturbano cerebralmente nel tentativo di scoprirne il significato: c’è chi parla di una barzelletta (peraltro stupida) raccontata dal premier, riguardo ad un viaggio di Prodi in Africa; c’è chi dice che si tratta della testimonianza della celebre Ruby agli inquirenti: sfrenata danza propiziatrice del sesso di gruppo, tanto è che qualcuno lo definisce “stupro di gruppo anale selvaggiamente brutale”.

Comunque l’Italia-unita resta divisa secondo i membri del governo: alcuni sostengono dal Po in giù, altri tra Berlusconiani e Comunisti.

Intanto grazie ai militari al potere al Cairo, due navi da guerra iraniane riescono - non succedeva dal 1979 - a passare per il Canale di Suez e ad entrare liberamente nel Mediterraneo. La sola risposta ufficiale è del governo israeliano: la presenza militare iraniana nel Mediterraneo «è provocatoria, senza precedenti e rappresenta una sfida alla comunità internazionale».

L’Europa – specialmente Italia, Francia e Gran Bretagna – ha da tempo consolidato le proprie amicizie nord-africane e mediorientali: scambi di risorse minerarie in cambio di costruzioni di strade, vendita ai paesi del terzo e quarto mondo delle sofisticate mine antiuomo (anche per provarle sul terreno) e di altri armamenti. Parallelamente, il Vecchio Continente ha anche sfruttato la presenza di Israele per conoscere la verità su molti fatti che accadono nella regione e molti uomini politici hanno approfittato dal 1948 (anno di nascita di Israele) dell’amicizia col piccolo - grande - Stato, per contraccambiare favori con gli amici dittatori. Tanto da un lato l’ONU è da tempo in mano ai signori del petrolio, mentre dall’altro a ricercati per strage con mandato internazionale – tipo Arafat -, Stoccolma dona un Nobel “per la pace”. Un jet libico cade sulle montagne calabresi mentre si fanno fuggire gli assassini dell’Achille Lauro. Poco importa se una vedova fugge con i soldi regalati dagli europei ad un intero popolo.

Questa è la politica italiana multipartisan negli ultimi 40 anni: vendersi ai migliori offerenti purché ci lascino in pace: tanto ad evitare gli sbarchi degli scampati ai massacri d’oltre mediterraneo dovrebbero pensarci, per accordi da noi controfirmati – e poco importa come - gli stessi rais.

Non ci si rende conto che le minacce di Mahmud Ahmadinejad non fanno ridere come – secondo alcuni - alcune battute, gaffe ed atteggiamenti di certi grandi statisti: bisognerebbe ad esempio guardare con attenzione la presunta “marcia indietro” dei rapporti del governo di Ankara con Gerusalemme, dovuta al timore di un ipotizzabile errore umano nel lancio dei missili iraniani verso Israele: la distanza che separa l’Iran dalla parte europea della Turchia è più o meno la stessa.

Ora l’atteggiamento del leader iraniano può sembrare strafottente: magari solo una copertura affinché non si parli della repressione in atto nel suo paese, più o meno come quando per coprire qualcosa, anche i nostri tiggì aprono le edizioni con fatti e misfatti provenienti dall’estero.

Eccoci qui dunque ad accendere la tivù, a scrutare Internet per sentirci partecipi dei cambiamenti del vicino mondo. Vicino e non nostro per autoconvinzione. D’altra parte la storia recente ce lo insegna: dai massacri in Armenia alla Shoah, dal Vietnam alle guerre del Golfo: tutt’al più piangiamo un povero alpino vittima di un attentato, che rimane però una “cosa lontana” nello spazio e nel tempo.

Alan D. Baumann su L'Ideale


30 agosto 2010

E poi ci vengono a raccontare che Eurabia è un'invenzione degli islamofobi...

 Gheddafi: Europa, convertiti all'Islam
Oggi sarà la giornata della celebrazione ufficiale dell’amicizia fra Libia e Italia, la giornata dell’incontro ufficiale con Silvio Berlusconi, del convegno sui rapporti fra i due paesi. Un incontro in vista del quale la sezione italiana di Amnesty International ha scritto una lettera al presidente del Consiglio: l’organizzazione ricorda le «gravi violazioni» dei diritti umani in Libia e chiede che l’Italia inserisca il tema dei diritti umani dell’agenda dei colloqui con il leader libico Muammar Gheddafi.

Gheddafi non ha ancora dato ordine di montare la sua inseparabile tenda beduina all’interno della residenza dell’ambasciatore libico, dove alloggia durante la sua permanenza a Roma. Lo riferiscono fonti interne all’Accademia libica in Italia. La tenda potrebbe essere montata nella giornata di oggi, nel corso della quale il leader libico avrà i suoi appuntamenti ufficiali previsti in agenda: nel pomeriggio vedrà infatti il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi ad un convegno che si terrà nella sede dell’Accademia, e in serata prenderà parte alle celebrazioni del secondo anniversario del Trattato italo-libico alla Caserma Salvo d’Aquisto.

Ieri per Gheddafi, giunto a Roma verso le 13.30, è stata la giornata delle hostess, le 500 ragazze raccolte tramite un’agenzia e condotte nella villa dell’ambasciatore libico per una sorta di seminario sull’Islam. «Convertitevi e seguite l’ultimo dei Profeti, Maometto» ha perorato Gheddafi.

Tre di loro l’hanno preso in parola confermando la conversione in una cerimonia informale, con tanto di velo in testa. E ancora, il colonnello avrebbe informato le ragazze che l’Europa dovrebbe diventare tutta musulmana. E scoppia la polemica, tanto più che per oggi si prevede un secondo incontro-seminario. Anche da destra, dove Francesco Storace tuona «Qualcuno ricordi a Gheddafi che l’Europa è cristiana. Gli show sulla fede sono intollerabili». Protesta l’opposizione, per vari motivi: dal PD Livia Turco auspica che si ponga la questione dei migranti, Rosy Bindi commenta «il governo Berlusconi si presta ad offrire un palcoscenico a chi per fare la sua propaganda pretende di circondarsi di belle ragazze».

Maldipancia sottotraccia anche in seno alla maggioranza, mentre Silvio Berlusconi, che stasera offrirà al Colonnello una cena di grandi numeri con altre 800 persone, ieri si è tenuto lontano da Roma: era a vedere il trionfo al debutto del Milan a San Siro, con presentazione ufficiale di Ibrahimovic. Dell’amico Gheddafi avrebbe solo detto «è folklore». Alle ragazze è stato chiesto di dire che andavano gratis, ma 500 fanciulle non si tengono mute; qualcuna non ha gradito l’incontro, altre spiegano di aver avuto 70 euro, altre 100 netti. In serata il leader libico si è concesso una passeggiata nel centro di Roma, dove ha fatto sensazione a Campo dè Fiori poi a piazza Navona in passeggiata e infine al ristorante Passetto dove ha preso un cocktail analcolico lasciando 100 euro.

Alle 17 di oggi si terrà il primo evento ufficiale della visita, il convegno all’Accademia libica su «I rapporti fra Libia e Italia», seguito da una mostra fotografica sulla storia del paese nordafricano, e poi dall’esibizione equestre alla caserma Salvo d’Acquisto di Tor di Quinto: carosello dei carabinieri e show dei magnifici 30 purosangue arabi giunti in aereo appositamente dalla Libia prima del cenone. Mistero per ora sugli appuntamenti precedenti del colonnello che dovrebbero assumere il colore dei soldi e degli affari.

Da La Stampa

25 marzo 2010

La Svizzera sempre più libicizzata

La Svizzera è pronta a rivedere le restrizioni sui visti delle quasi 200 personalità libiche non ammesse su territorio elvetico. Un passo in avanti mediato dall’Unione Europa. L’Alto Rappresentante della Politica Estera Europea Cathrine Ashton ha incontrato a Bruxelles il Ministro degli Esteri svizzero Micheline Calmy-Rey.

La disputa tra Berna e Tripoli, nata in seguito all’arresto del figlio di Gheddafi in Svizzera nel luglio 2008, aveva ormai superato il livello di guardia: blocco dei visti per la Libia di tutti i cittadini dello spazio Shengen, embargo da parte di Tripoli sui prodotti elvetici.

Con la decisione appena presa Berna spera di ottenere prima di tutto il rilascio di Max Goeldi, cittadino svizzero tutt’ora detenuto in Libia e vittima della guerra fatta di ritorsioni tra i due Paesi.

Tra gli impegni presi dalla Svizzera per porre fine alla crisi c‘è anche l’apertura di un’inchiesta indipendente sull’arresto di Hannibal Gheddafi e delle moglie in un albergo di Ginevra. La polizia era intervenuta a seguito delle denuncie di alcuni inservienti che lamentavano maltrattamenti da parte del figlio del Colonnello Muammar Gheddafi.

Da Euronews

18 marzo 2010

Anche la Svizzera comincia a capitolare

Sembra poter arrivare a una soluzione positiva la crisi fra Svizzera e Libia. Il Consiglio del Cantone di Ginevra, infatti, ha fatto sapere di essere disposto a versare un risarcimento a Hannibal Gheddafi, figlio del leader libico, per le foto segnaletiche pubblicate nel luglio 2008, dopo il suo arresto avvenuto in un albergo della città.Il Consiglio di Stato avrebbe definito la diffusione delle immagini "inammissibile", garantendo che l'autore della violazione del segreto d'ufficio, una volta identificato, sarà punito anche sul piano amministrativo.Le foto che hanno compromesso le relazioni fra i due Paesi erano state pubblicate dalla "Tribune de Genève".  

Da ApCom


Per ammettere la Turchia in Europa (???) bisogna prima cacciare via Erdogan!:

I cittadini turchi all'estero non devono integrarsi nel Paese in cui vivono. E' il pensiero
del premier Recep Tayyp Erdogan che ha lasciato costernati numerosi parlamentari di origine turca invitati a un convegno tenuto il mese scorso i cui contenuti sono stati rivelati oggi dal sito internet di Der Spiegel.

La riunione, intitolata "Dovunque sia un connazionale, li' siamo anche noi", organizzata dal partito del premier, che ha anche pagato le spese dei partecipanti, ha provocato in particolare lo sconcerto dei parlamentari turco-tedeschi.

Il vice presidente della comunita' Alevi in Germania, Ali Ertan Toprak, ad esempio, ha deplorato che l'evento sia stato utilizzato dal governo turco per fare opera di lobbying, e soprattutto che ai deputati tedeschi di origine turca sia stato suggerito di rappresentare gli interessi di Ankara.

Secondo Toprak, "se gli oppositori dell'entrata della Turchia in Europa fossero stati presenti avrebbero ottenuto molto materiale per sostenere le loro argomentazioni".


La deportazione degli armeni
In una intervista alla BBC Erdogan ha anche minacciato di deportare 100 mila armeni. Sono 170 mila gli armeni che vivono nel paese ma solo 70 mila, dice Erdogan sono cittadini turchi. "Noi stiamo chiudendo un occhio sulla permanenza degli centro mila" -aggiunge il premier- ma potrebbe essere necessario che se ne tornino nei loro paesi". Migliaia di armeni lavorano in Turchia in nero, molti impegati nei servizi di pulizia. Quella del premier è una risposta al recente voto dei parlamenti americano e svedese di una risoluzione che riconosce il genocidio degli armeni da parte dei turchi ottomani, una presa di posizione che ha suscitato la reazione arrabbiata di Ankara.

Nel 1915 migliaia di armeni morirono di fame e malattie dopo essere stati deportati nell'Anatolia orientale. L'Armenia sostiene che a morire furono un milione e mezzo ma i turchi non riconoscono che circa un terzo di queste vittime. La Turchia non nega che questa atrocità sia stata commessa ma giustifica tutto in nome della guerra che era in atto, e sostiene che non c'è stata una volontà 'sistematica' di distruggere gli armeni. In tutto sono 20 i paesi che hanno riconosciuto il genocidio degli armeni in Turchia. L'Italia non fa parte di questo elenco.


A proposito di capitolazioni eurabiche (e prese in giro per noi), questa veramente non è da meno!

2 febbraio 2010

L'articolo di Berlusconi su Ha'aretz

Berlusconi ha detto delle grandi stupidaggini in puro stile eurabico, delle cose scontate e delle cose interessanti. Peccato che i giornali nostrani abbiano voluto dare risalto alle prime e ignorare totalmente le ultime (che riporto qui):


Non si possono rimuovere gli insediamenti per avere sinagoghe bruciate, devastazioni e violenza infra-palestinese e lanci di razzi in territorio israeliano. Gli arabi vivono in Israele e partecipano alla sua splendida vita democratica, e la guerra sarà davvero finita quando i palestinesi accetteranno di ripristinare la grande tradizione araba di tolleranza e di ospitalità verso gli ebrei nel loro territorio. Anzi, oggi bisogna andare oltre la tolleranza e affermare una piena convivenza e cooperazione, con una totale libertà religiosa, civile e culturale.



Si spera soltanto che per "loro territorio" si intenda quello governato da Hamas, da Hezbollah, da Fatah, ecc. ormai completamente "Judenrein" e non Israele stesso, dove le parti sono invertite e le minoranze etniche, religiose, culturali hanno una vita piena ed egualitaria come quella della maggioranza.

A proposito, invece, delle dichiarazioni eurabiche esaltate da tutti i telegiornali, sarebbe utile leggere questa cartolina, purtroppo sempre attuale

4 gennaio 2010

Un bilancio del 2009...

 Il bilancio per Israele è complessivamente buono:

1. Un anno fa c'era la guerra a Gaza. Israele non aveva contro solo i terroristi di Hamas armati dall'Iran, ma anche tutta l'opinione pubblica mondiale. La guerra è stata vinta, anche se si è sviluppata per forza in maniera limitata, evitando di mirare alla conquista delle città con i centri di comando di Hamas (figuratevi le proteste se si fosse combattuto davvero fra le case, dove si annidavano i capi terroristi). Che sia stata vinta lo dimostra il fatto che da allora sono diminuiti moltissimo i lanci di razzi da Gaza sul territorio israeliano. Com'era stata vinta del resto anche quella di due anni prima nel Sud del Libano. Hamas e Hezbullah provocano, ma è evidente che non vogliono più per ora la guerra con Israele, ne hanno avuto abbastanza.

2. Se non vinta, almeno neutralizzata per il momento è anche la campagna legale di delegittimazione. Nonostante il volonteroso contributo di gente come il giudice Goldstone e il grande impegno della stampa mondiale, dei giuristi e accademici "progressisti" e dei boicottatori di Israele, non è stata sancita per Israele quella condizione di "stato-paria" che essi vorrebbero stabilire. Certo, la questione resta aperta, accademici, giudici, giornalisti e governanti hanno un' evidente volontà di fare il possibile per danneggiare il più possibile Israele, ma i loro risultati sono scarsi.

3. Un anno fa Israele era governata da un primo ministro indagato per corruzione e dimissionario di fronte al parlamento, che sentiva la forte tentazione – diciamo così – di rifarsi l'immagine cedendo su tutti i fronti nella trattativa diplomatica, in modo da firmare un accordo qualunque e entrare nella storia. Oggi ha un governo assai più efficiente e deciso sui temi fondamentali, nonostante le delegittimazioni della stampa internazionale e dei paesi arabi. Un governo abbastanza flessibile sul piano tattico per reggere la difficile situazione diplomatica in cui si trova. Netanyahu ha dimostrato di essere un grande politico, mentre si sono visti tutti i limiti della sua concorrente Tzipi Livni.

4. Il merito principale di Netanyahu è stato di disinnescare (per il momento) l'ideologia anti-israeliana di Obama, senza rompere con l'alleato americano. Con un'accorta mescolanza di concessioni e irrigidimenti, Netanyahu è riuscito a far capire all'amministrazione americana che il problema non sono le costruzioni nei sobborghi di Gerusalemme, ma il rifiuto del mondo arabo e in particolare dei palestinesi di accettare Israele come stato ebraico. Al di là delle polemiche verbali, lo stato quo ha retto, anche con l'Autorità Palestinese

5. Israele ha superato bene, meglio dell'Europa e molto meglio dell'Italia la crisi economica.

Questo è il lato positivo della situazione. Quello negativo è che

1. Europa, amministrazione americana, per non parlare dei paesi arabi e del terzo mondo, nutrono pregiudizi e avversione per Israele. La situazione diplomatica continua ad essere difficilissima. L'opinione pubblica è fortemente influenzata da una stampa ormai quasi tutta anti-israeliana, la guerra legale continua.

2. Hamas, Hezbullah e gruppuscoli terroristi palestinesi continuano ad accumulare armi e risentimento, in attesa di un'esplosione che prima o poi verrà. Inutile dire che sono appoggiati da tutto il terrorismo internazionale

3. Shalit è sempre nelle mani dei terroristi di Hamas. E' vero che questi non hanno avuto il loro riscatto, che li rafforzerebbe molto, ma resta il caso di un ragazzo rapito da quasi quattro anni, che Israele non riesce a riportare a casa.

4. Last but not least, l'Iran continua a preparare l'atomica. Se qualcuno, come quel Cohen che scrive per il New York Times, ha coltivato l'anno scorso l'idea che gli ayatollah siano ragionevoli, nelle ultime settimane di repressione interna dovrebbe essergli passata. Resta il fatto che bisogna fermare l'Iran prima che disponga dell'arma nucleare e magari la usi. L'anno che si apre è probabilmente l'ultima occasione. Il che significa che nei prossimi mesi, se la dirigenza iraniana non sarà rovesciata, c'è la scelta terribile fra una guerra con l'Iran e la sua aperta minaccia atomica.

Come vedete, non è facile far gli auguri a Israele: meglio la guerra da soli con la testa del serpente, o il serpente armato di bomba atomica? Meglio Shalit prigioniero o un migliaio di terroristi liberi e pronti a ricominciare? Io un augurio ce l'ho, anzi un paio. Spero che per il nuovo anno "commerciale" la società israeliana sappia trovare dentro di sé la determinazione per continuare a lottare per la propria sopravvivenza come ha fatto quest'anno (sembra facile dirlo, ma non lo è farlo – e Israele e il mondo ebraico non mancano di eurarabi ad honorem, disfattisti e rinnegati che indicano la via della resa e del suicidio). Spero che l'Occidente e soprattutto l'America (dato che l'Europa si è da tempo condannata all'insignificanza quasi totale) rinsavisca e capisca di nuovo che fra il Giordano e il Mediterraneo non si gioca solo una delle ricorrenti lotte del popolo ebraico per non essere annichilito, ma anche il destino dell'Occidente. *** A tutti noi auguro di continuare la giusta battaglia che Informazione Corretta con i suoi amici conduce per questo fine.


Ugo Volli x Inf. Corretta

Io direi di tutto il mondo e non perché Israele sia un baluardo o, peggio, una pedina dell'Occidente, ma perché il fondamentalismo religioso, soprattutto quello islamico (che ha al suo attivo petrolio, bombe e "cultura" della jihad e del martirio) è un problema mondiale, come si può constatare tutti i giorni se si guarda oltre il proprio naso...

9 settembre 2009

Cosa sono in realtà le "nuove colonie" che tutti condannano

Nei giorni scorsi l’Europa e gli Stati Uniti hanno continuato il loro pressing su Israele condannando i “nuovi insediamenti” che il governo Netanyahu è in procinto di costruire in Cisgiordania. “Non accettiamo la legittimità di un’espansione continuata degli insediamenti e chiediamo con urgenza che vengano fermati”, ha chiesto il portavoce della Casa Bianca Gibbs, mentre l’alto rappresentante della politica estera europea Solana aggiungeva: “La posizione dell’UE è ben nota. Tutte le attività di colonizzazione si devono fermare”. Il congelamento degli insediamenti israeliani resta la precondizione di un nuovo round diplomatico con i palestinesi.

Oggi scopriamo di che si tratta quando si parla di “nuovi insediamenti”. Sono nuovi permessi per vecchi cantieri, come ha scritto il quotidiano israeliano Haaretz, che non può essere certo definito un megafono della destra religiosa. Le autorizzazioni formalizzate da Netanyahu riguardano 455 nuovi alloggi nelle colonie già presenti in Cisgiordania, da costruire prima che passi l’eventuale moratoria proposta dagli Stati Uniti (il ministro degli esteri Lieberman è tornato a definire Gerusalemme ‘capitale indivisibile di Israele’ escludendola da ogni tipo di negoziato). Cantieri che, sempre secondo Hareetz, sono già aperti, ma erano stati bloccati dopo essere stati autorizzati dai precedenti governi.

Ormai la situazione è chiara. Da una parte ci sono l’amministrazione Obama, le diplomazie europee, i negoziatori palestinesi, che inseguono la “Road Map” come se fosse l'unica strada praticabile. Dall’altra il governo Netanyahu punta a favorire la “crescita normale” delle colonie già esistenti, senza costruirne di nuove, e vuol espandere quella “pace economica” con i palestinesi di West Bank che nell’ultimo anno sembra aver portato buoni frutti.

Il fatto è che, almeno negli Usa, la maggioranza degli americani non ha le stesse idee di Obama sul conflitto israelo-palestinese. A leggere i dati di un sondaggio commissionato dall’Israel Project viene da chiedersi se il presidente, da quando è in carica, abbia mai avuto una percezione davvero chiara di come la pensano i suoi concittadini su tutta questa storia.

Il sondaggio è stato realizzato tra il 22 e il 25 agosto scorso da Neil Newhouse di Public Opinion Strategies e Stan Greenberg del Greenberg Quinlan Rasner Research. I risultati sono sorprendenti: la maggioranza degli americani (59 per cento) è dalla parte di Israele nel conflitto con i palestinesi – con un aumento di 10 punti percentuali rispetto al giugno scorso. Il 63 per cento del campione crede che gli Usa dovrebbero sostenere il loro alleato, con un incremento di 19 punti rispetto all’anno scorso. Solo l’8 per cento ritiene che gli Usa dovrebbero schierarsi con i palestinesi.

E’ un appoggio chiaro e trasparente che riguarda elettori indipendenti, conservatori e democratici. Ci sono dei valori condivisi e profondi tra l'America e Israele anche se i politici di Washington ormai sembrano sintonizzati su altre frequenze. Il 57 per cento degli americani, infatti, crede che Netanyahu stia facendo gli sforzi giusti per raggiungere un piano di pace, mentre solo 1/3 degli americani pensa che i palestinesi si comportino allo stesso modo (solo il 30 per cento si fida della leadership di Hamas a Gaza, mentre il 36 per cento di quella dell’ANP in West Bank).

Il 72 per cento degli americani, infine, è d’accordo con Netanyahu quando il premier israeliano promette di non costruire nuovi insediamenti e di pensare solo alla crescita naturale di quelli che esistono già. Il 95 per cento del campione chiede ai palestinesi di interrompere la lotta armata e riconoscere lo stato di Israele come stato ebraico. Ma Obama ha la testa altrove.

Da L'Occidentale

26 agosto 2009

La Svezia diventa antisemita per assecondare il fondamentalismo islamico

 Israele è furiosa con la Svezia al punto che il suo primo ministro Benjamin Netanyahu e il suo ministro degli Esteri Avigdor Lieberman insistono duramente perché il governo di quel Paese si dissoci dal contenuto dell’articolo che descrive i soldati del loro esercito come interessati macellai. Perché non lasciano il giornale, come i critici suggeriscono, a cuocersi nel suo brodo di menzogne? Perché Israele è satura, con la bomba atomica iraniana dietro l’angolo e la jihad in tutto il mondo, sente che oltre a Gerusalemme, anche gli ebrei in Europa sono in pericolo, e dopo anni in cui ha sollevato innanzitutto dubbi su se stessa, ha capito che se non cambia registro l’incitamento e l’odio possono soffocarla.
Se chiedi in giro com’è Israele e buona parte degli europei, nelle università, alle cene, ti descriveranno un vulcano di violenza contro i poveri palestinesi innocenti, una sentina di crudeltà, in cui i soldati sparano ai bambini e il governo solleva muri razzisti di apartheid o fa guerre inutili per il gusto di uccidere. Adesso, dopo che l’Aftonbladet, giornale svedese che vende un milione e mezzo di copie su nove milioni di svedesi ha pubblicato lunedì scorso un paginone che sosteneva, senza ombra di prove, come ha ammesso il suo direttore, che i soldati d’Israele uccidono i giovani palestinesi per «raccoglierne» gli organi, una nuova teoria del sangue circolerà in Europa, e verrà ripetuta, e si diffonderà fra chi la vuole sentire: ciò che il governo israeliano cerca di combattere è l’idea che nel mondo si possa dire senza essere contraddetti con autorevolezza che l’esercito israeliano uccide allo scopo di strappare organi ai morti. Un’accusa che può suscitare ondate di violenza antiebraica. Anche i cittadini israeliani stessi non ne possono più di sentirsi dare di criminali di guerra e magari minacciare di arresto, come è capitato spesso, se vengono in visita in Europa dove li inseguono, a cura delle denunce delle Ong filopalestinesi, mandati di cattura internazionali. Alcune centinaia di persone, esasperate, hanno firmato per boicottare le ditte svedesi come la Volvo e l’Ikea, qui molto popolare.
Il giornalista (chiamiamolo così) Donald Brostom, che ha scritto l’articolo riporta solo voci e chiacchiere oltretutto riferite a 17 anni fa, e stabilisce una nuova bizzarra regola: spetta a Israele provare che non è vero. Secondo questo criterio spetterebbe a Israele provare che l’attentato delle Twin Towers non è stato un complotto sionista, che a Jenin non ci fu una strage, o che il bambino Mohammed Al Dura non fu ucciso dall’esercito israeliano, o che la “strage” di Kfar Khana in Libano fu orchestrata dagli Hezbollah, o che il buco sul tetto dell’ambulanza fotografato da tutto il mondo sempre durante la guerra del Libano non era stato causato da perfido missile ma procurato con la fiamma ossidrica. E anche che le sue soldatesse non si presentavano nude in battaglia per confondere i palestinesi, o che come disse Suha Arafat a Hillary Clinton, gli ebrei avvelenavano le acque, oppure che diffondono l’Aids col chewing gum, o che come disse Arafat stesso alla stupefatta platea di Davos, che distribuiscono giocattoli e cinture radioattive. Tutte queste balle e tante altre, dovrebbe essere Israele a smontarle, o un’opinione pubblica civile a dissociarsene?
Torniamo alla Svezia, che in questi mesi detiene la presidenza della Unione Europea: subito dopo la pubblicazione dell’articolo la sua ambasciatrice, Elisabet Borsin Bonnier ha avuto il buon senso di condannarne il contenuto; se il suo governo si fosse limitata a sostenerla, senza chiedere dimissioni o chiusure di giornali, le cose sarebbero andate lisce. Invece il primo ministro Fredrik Reinfeld ha preferito pontificare sulla liberta di stampa, e non ha trovato un secondo per dissociarsi dal contenuto del pezzo, senza ledere la libertà di opinione, che anzi egli avrebbe in quel caso esercitato. Anche il ministro degli Esteri Carl Bildt non ha aperto bocca e ha anzi sanzionato l’atteggiamento della sua ambasciatrice. Perché? Se qualcuno ha negli occhi le immagini dello stadio di Malmoe chiuso agli spettatori mentre vi si gioca la coppa Davis perché una delle squadre in lizza è israeliana, se si guarda poi al fatto che la maggioranza degli abitanti di Malmoe è di origine mediorientale e in generale islamica, se si considerano anche le immagini (reperibili facilmente su YouTube) della manifestazione superviolenta che ha rovesciato e distrutto veicoli della polizia di fronte allo stadio vuoto, contro la squadra israeliana... si comincia a capire.
Paura degli immigrati per cui l’odio antisraeliano è un pilastro identitario? O rispetto del diritto di opinione? Si direbbe di più la prima cosa se si considera che nel 2005 il governo svedese, benché la vicenda fosse danese, si scusò per le famose vignette che scherzavano su Maometto. Là non valeva la libertà di stampa. Si capisce ancora di più quando si ascoltano le risposte del giornalista Bostrom e del direttore del giornale Jan Helm che ripetono di essere non sospettabili di antisemitismo in quanto strenui difensori dei diritti umani. Questo è un punto fondamentale: il governo svedese è un grande finanziatore delle Ong che, supportate dall’Onu, supportano più che i diritti umani l’odio antisraeliano. Uno studio sistematico dell’Ong Monitor ha scoperto che le maggiori organizzazioni governative, come Drakonia, finanziano tutti quelli che accusano Israele di «genocidio», «pulizia etnica», «apartheid» e che paragonano Israele ai nazisti. Nessuno stupore che gli svedesi e come loro, in misura più o meno larga, tutti i Paesi che ricevono “studi”, “ricerche”, “rapporti” creino una base culturale che somiglia alle accuse con cui si suggeriva che gli ebrei usavano il sangue dei bambini nelle azzime di Pasqua. E con cui noi ci trasformiamo in confusi, pericolosi bevitori di menzogne.


Da Il Giornale

24 agosto 2009

E dopo l'Italia, Gheddafi ricatta la Svizzera (che puntualmente si sottomette per avere il petrolio)

Le scuse alla Libia del presidente svizzero Hans-Rudolph Merz durante un viaggio ufficiale creano sconcerto nella Confederazione e c‘è anche chi parla dell’opportunità di dimissioni per Merz.

Giovedì a Tripoli Merz ha chiesto scusa per l’arresto a Ginevra del figlio di Gheddafi Hannibal e della moglie, accusati di maltrattamenti a due domestici. Siccome la giustizia è di competenza cantonale in Svizzera, il presidente avrebbe oltrepassato i propri poteri, dicono nella Confederazione. La questione verrà discussa in sede governativa:

“L’accordo fra la Svizzera e la Libia pone due problemi al nostro stato di diritto – dice Charles Juillard, ministro della giustizia del Giura – Il primo è quello del federalismo e l’altro è quello dell’ingerenza dell’esecutivo sul potere giudiziario”.

I fatti risalgono a un anno fa. Hannibal Gheddafi e la moglie sono rimasti in cella due giorni, uscendo pagando una cauzione. Dopo il rilascio i due dipendenti, dietro indennizzo, hanno ritirato la loro denuncia e tutto si è concluso per il figlio del colonnello. Ma non per la Svizzera che, in ritorsione, si è vista chiudere i rubinetti del petrolio e del gas libici, mentre due uomini d’affari elvetici sono di fatto ostaggi del regime e non possono lasciare la Libia.

Merz, col suo viaggio puntava proprio a riportarli a casa, ma ha ottenuto solo la promessa che saranno liberi entro la fine del mese. Mentre ha dovuto promettere che un tribunale arbitrale indipendente si occuperà di esaminare le circostanze dell’arresto della coppia Gheddafi.

Da Euronews

In Malesia le frustate vengono rimandate a dopo il Ramadan

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